“(…) La palestra e il corso di nuoto – perché bisogna crescere con un bel corpo -,
una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po´ imbrogliata – perché bisogna diventare intelligenti (…)
Cura del corpo, cura dell´intelligenza, ma quanta cura dell´anima?
Qui gli adulti annaspano un po´.”
E’ con queste parole che Umberto Galimberti introduce e affronta il tema dell’educazione alle emozioni, che secondo il noto filosofo e psicoanalista italiano, dovrebbe assumere un ruolo centrale nell’educazione dei più piccoli fin dalla tenera età, perchè in grado di promuovere lo sviluppo di quelle competenze che rendono emotivamente intelligenti.

Ma cosa vuol dire essere emotivamente intelligenti?
Facciamo un passo indietro: si è soliti pensare all’intelligenza in termini di abilità cognitive di base o, usando la definizione triarchica di Stenberg, come il risultato sia di processi di tipo logico-astratto (intelligenza componenziale), sia come l’insieme delle abilità di adattarsi all’ambiente (intelligenza contestuale) e di far fronte a compiti nuovi, automatizzando l’esecuzione di quelli già noti (intelligenza empirica).
Ma è con Gardner (1983, 1993) che le emozioni assumono per la prima volta lo status di vere e proprie espressioni dell’intelligenza, aprendo la strada a quello che sarà il costrutto dell’intelligenza emotiva; infatti, nella sua teoria delle intelligenze multiple, affianca all’intelligenza linguistica, logico-matematica, corporeo-cinestetica, spaziale e musicale, anche un’intelligenza «intra-personale» e una «inter-personale», considerando la prima come la capacità di avere accesso ai propri sentimenti, rappresentarli ed utilizzarli come chiavi di lettura o piste-guida per il proprio comportamento, e la seconda come la capacità di comprendere i sentimenti altrui comportandosi di conseguenza.
Ma colui che ha più fra tutti reso popolare questo concetto è Daniel Goleman, psicologo di Harvard, il cui merito sta nell’aver divulgato, non solo nell’ambiente accademico, l’importanza delle emozioni e della loro “intelligenza”, sottolineando l’importanza di armonizzare emozione e pensiero: quanto più un individuo sarà in grado di “armonizzare” la sua parte emotiva con quella razionale tanto più sarà in grado di trovare un maggiore equilibrio con sé stesso e con gli altri.

LE EMOZIONI: TRA FUNZIONI E SIGNIFICATI
Nella lunga evoluzione umana le emozioni hanno avuto un ruolo chiave nelle scelte da intraprendere anche ai fini della sopravvivenza, si pensi ad esempio a come la paura abbia permesso agli uomini preistorici di scegliere fra scappare o lottare per salvarsi la vita. Il repertorio emozionale che si è definito in questi secoli è impresso nel nostro sistema nervoso come bagaglio comportamentale innato.
Se riflettiamo sull’etimologia del termine “emozione”, esso viene dal verbo latino “moveo” e dal prefisso “e” di movimento (“movimento da”): ogni emozione cioè, spinge ad un’azione. In tal senso, i nuovi metodi di ricerca per la comprensione del funzionamento cerebrale ci informano proprio che:
• la collera genera adrenalina e altri ormoni utili ad un’azione vigorosa, oltre che a far affluire il sangue verso le mani (per permettere di afferrare o colpire);
• la paura fa affluire il sangue alle gambe, per facilitare una eventuale fuga;
• nella sorpresa sollevare le sopracciglia serve ad aumentare il campo visivo per raccogliere maggiori informazioni sull’evento inatteso;
• l’arricciamento del naso durante un’emozione di disgusto serve a chiudere i condotti olfattivi, mentre storcere la bocca a sputare cibo velenoso;
• la tristezza permette di elaborare una perdita o una delusione, rallenta il metabolismo e inibisce ogni interesse per le attività della vita proprio per permettere un periodo di elaborazione della sofferenza.
Nelle fasi evolutive del cervello il sistema limbico, ossia il cervello emozionale, si è sviluppato subito dopo e intorno al tronco cerebrale (la parte più primitiva del cervello, addetta al corretto funzionamento fisiologico); solo successivamente, invece, si è sviluppata la “neocorteccia”, sede del pensiero razionale. In altre parole, nell’essere umano la mente emozionale ha potuto evolversi molto prima rispetto a quella razionale.

L’INTELLIGENZA EMOTIVA
Dunque intelligenza che non fa rima solo con gli aspetti più cognitivi, come la memoria o capacità di risolvere problemi, ma ha a che fare con ciò che storicamente si è sempre contrapposta alla pura razionalità.
Essere “emotivamente intelligenti” implica quindi una serie di capacità che possono essere così schematizzate:
- Riconoscere e denominare un’emozione nel momento in cui essa si presenta e saper individuare a cosa è connessa: “Mi sento triste/provo rabbia perchè…”..
- Regolare le emozioni negative, che non vuol dire reprimerle, ma esprimerle in modi congrui evitando di incorrere in comportamenti impetuosi e non adeguati al contesto (aggressioni fisiche, verbali);
- Essere capaci di automotivarsi poichè è essenziale per concentrare l’attenzione e mantenere la motivazione nel perseguimento di un obiettivo. Può essere importante, ad esempio, distinguere se si sta agendo spinti dalla speranza di successo, piuttosto che dalla paura del fallimento;
- Riconoscere e comprendere le emozioni degli altri, sintonizzarsi emotivamente con loro ed essere capaci di adottarne la prospettiva; questo vuol dire comprendere emozioni che possono anche essere diverse dalle nostre;
- Essere capaci di interagire positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e relazionali.
Inoltre ognuno vive le proprie emozioni con intensità diversa: coloro che riescono a portare attenzione e consapevolezza ad ogni emozione tendono ad amplificare vivendole in modo più intenso; all’opposto, coloro che non riescono a trovare parole per i loro stati d’animo, nonostante provino emozioni e le manifestino, non hanno percezione di ciò che accade in loro.
Decifrare l’universo emotivo in cui siamo immersi, diventa dunque un’abilità indispensabile su cui occorre esercitarsi ogni giorno, proprio come allenarsi in uno sport o un’attività artistica: tutta la società ne trarrebbe enormi benefici, ognuno sarebbe più consapevole di sè stesso e di chi si trova di fronte. Insomma si potrebbe dare un contributo importante all’evoluzione dell’umanità.
Come conclude Goleman stesso, quasi ponendo l’attenzione sul qui e ora: “Se non ora, quando?”



