Chi sono io?
Questo è l’interrogativo che risuona nel mondo interno dell’adolescente. È l’adolescenza il momento in cui questa domanda si affaccia prepotentemente e chiama l’adolescente a definirsi, tra le varie appartenenze possibili.
Qualcuno si nasconde perché ne ha paura, qualche altro sta abbozzando un modello e ne sta definendo i contorni, qualche altro ancora sta provando ad affermarlo, lo urla a gran voce, ma nessuno è in ascolto. Si trova costretto ad alzare ancora di più il volume, dando forma a un comportamento “problematico”.
E se le parole non bastassero?
Soprattutto a scuola, dove le parole sono continuo oggetto di valutazione e quelle prestazioni diventano l’unico parametro attraverso cui definirsi? E se gli adolescenti avessero bisogno di spazi diversi? Se ci stessero chiedendo un aiuto? Saremmo capaci di intercettarlo? Siamo davvero in ascolto?
Chissà se, nel predisporci a cogliere quello che loro vogliono comunicarci, non scopriamo qualcosa di noi, rimasto lì, sopito, che ha ancora tanto da dirci.


